“Faccio Tanto perché non riesco ad abbracciare il mondo intero”

Testimone oculare di parecchi passaggi generazionali mi sono imbattuto nella recente infatuazione generale per l’arte.

Partecipe di essa, a tratti non ben definiti a volte, mi sono trovato capovolto, come nei film ho camminato sui soffitti, mi sono girato e rigirato tornando allo stesso posto, mi sono trovato conforme a quello che avevo intorno.

Inizialmente in uno dei cambi generazionali, quello in cui tutti eravamo dei Rapper e dove andavano di moda i pantaloni a vita bassa e bassissima nelle periferie di Roma, mi trovavo seduto alla finestra di casa mia, con un cuscino sotto il culo per non fami male con il telaio della finestra e con le gambe fuori nel vuoto, sentivo il resoconto del giorno, quando in preda ad una febbrile voglia di scrivere il riassunto di tutti quei resoconti e in mancanza di carta, provai l’ebrezza e la piacevolezza di far scorrere un pennarello sul muro. Un’arte intima chiamerei la prima, quella di scrivere, che non prevede nessun tipo di contatto con le persone, oppure un’estremo. Presto quest’intimità privata, la resi pubblica, stampando le parole sulla carta con macchine che non conosco e spedendo a librerie che non ho mai visto. Tutti mi chiedevano una copia, di scrivere qualcosa all’inizio del libro, mi chiedevo perché, dato che anche il resto era scritto da me, mi chiedevo perché volessero altro dopo quello che avevo già scritto intimamente per tutti. Sono state vendute tante copie delle mie poesie, qualcuno direbbe troppe, io ad oggi dico troppe. Fu in ogni caso il primo passaggio, in un primo mondo spirituale, di un ragazzo con i pantaloni poco calati (nei tempi intercorsi) che ha usato i muri per tirarci le proprie idee.

Il secondo passaggio generazionale per me rilevante, per quello che sono diventato oggi, è di quella generazione di cui oggi vediamo i detriti sotto le macerie. Iniziava a funzionare Facebook, gli street artist erano ancora dei graffitari che imbrattavano i muri, i pantaloni stavano tornado su. Io ero in preda al nuovo piacere del secolo, gli attacchi di panico e dopo la Tv mi rimaneva solo il suono del frigo in salone e della lavatrice della signora accanto che sbatteva ripetutamente contro il muro est di casa durante la centrifuga. Qui un arte subdola (che poi avrei scoperto essere di troppi), l’arte che mi dissero potesse chiudere in una scatola la luce che tu volevi offrirle, l’arte di mio padre che lui stesso non ritiene arte, l’arte che mi porta follower su Instagram e like su facebook (come a tuti) la fotografia. Per me fu un passaggio obbligatorio per fare il salto generazionale senza raggiungere le 88 miglia orarie. La usai come droga, come forma di espressione quando non riuscivo ad esprimermi più nemmeno con le parole. La studiai come si studia per operare un uomo, con cura, responsabilità, lo studiai come se potesse essere un bisturi per la società, un’emblematico occhio sul desiderio altrui di non farsi vedere. Lo faccio come lavoro, ma anche no, rimane un dolce dare e avere, non vendo le mie foto molto spesso ma quando succede è perché si apprezza il lavoro e non la moda di un momento, la moda di un fotografo. Non lo sono, non sono un reporter, non lavoro unicamente per strada, non faccio foto di nudo con modelle straniere. Ricamo spazio, la maggior parte dentro di me, come scudo, come placebo per la paura.

Ed eccoci al terzo passaggio, quello un pò più recente, quello che attraversa la generazione delle bocche a culo di gallina nei selfie, dove non sei nessuno se non hai 10’000 follower su Instagram o almeno 100 like a post su Facebook, dove la prima cosa che fai con un progetto è creare la pagina Facebook pensando che arriveranno cercatori di talento a chiamarti, dove sei convinto che dopo due giorni sarai un influente del settore, la generazione di Amazon, dell’Iphone che ormai è per tutti, dei Street-Artist e non più Graffitari, dove se fai un muro e sei complessato puoi vendere una tua serigrafia a €1.000,00 . Qui in questo stagno paludoso di orientamenti passati, ma attuali, ho trovato il mio Yoda in una capanna abbandonata, senza accorgermi che fosse lì, nascosto, aspettando di insegnare come diventare una nuova storia, di come raccontare un fiume che non smette di scorrere. L’arte contemporanea, o come la si vuole chiamare (questo dovrebbe essere il termine tecnico penso), morì il giorno che incontrò me, dentro lo studio, ci guardammo intensamente, con un pò di problemi in meno, poco coraggio e molta fortuna ebbi la meglio (penso) e riuscì a travolgere io lei, sempre molto intimamente, assomigliava alla scrittura sotto questo punto di vista, costruì un’installazione, io la chiamerei scultura ma non voglio far incazzare i vari professori delle accademie o gli artisti come Jago (che apprezzo tantissimo, se mi stai leggendo “Sei un grande”), perché “Prometeo” il mio primo lavoro nell’arte contemporanea è alto 2,60 m e largo 1,5m è un cucciolone pieno di vita, che stampa abbracci fermi, e sguardi senza occhi, è stato costruito solo con il cartone e anche per questo non viene considerato nobile, forse un’istallazione, una parte in una commedia, ma lo vorrei chiamare scultura perché la sua vita interna esiste davvero, e quando mi chiedono se possono fare una foto abbracciandolo io rispondo sempre che è stato creato per poter abbracciare il mondo intero, in silenzio. Io di sicuro ho perso il mio silenzio donandolo a lui, sempre presente e una pietra (forse l’unica) che non riesco a vendere. Dopo Prometeo e varie mostre con lui, ho disegnato, mi sono sentito male facendolo, mi ritrovavo a disegnare continuamente volti, anche assomiglianti a fantasie, ma poi tornavo continuamente a quei disegni che facevo da piccolo mentre ero al telefono sulle pagine gialle, linee che confluivano, morivano e tacevano assieme in un unico mosto, vino, emancipato solo oggi che anche io sono vino, non più mosto. Ne scavai fuori Stabilità Condizionata che a Roma è stata quest’anno l’ultima delle mie fatiche, un’emancipazione che vedo come passaggio, perché ancora c’è qualcosa che non capisco nella vita, nella mia almeno, nel tremendo passaggio terreno, con guerre e crampi alle mani, non so come si possa anche pensare che l’Arte possa essere un passaggio sicuro da un dolore all’altro, o da un lavoro ripetitivo all’altro. Ad esempio io, ogni volta che passo lo straccio per terra, penso a quanto sarebbe bello abbracciare il mondo intero grazie all’Arte.

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