Random (09-08 RADIO ZULU)

Emigrando, lasciando a piedi il proprio relativo solco, nascondersi attraverso le ombre.

Emigriamo perché non vogliamo partire, non esultiamo quando arriviamo,delicatamente decliniamo l’invito ad unirci, dimostriamo indifferenza; la prima migrazione la feci a 13 anni, quando capì l’ignoranza della mia famiglia.

 

Lascerò che il fiume mi oltrepassi, ne porterò addosso l’incoscienza , l’istinto, forse rimarrò a galla nella tiepida ascia che mi sta tagliando, regolo solo il walkmen, metto la musica più alta di quanto io posso realmente ascoltarla per far sentire al mondo che non sono perso, non sono matto, non sono timoroso di Dio, io la conosco e la considero una di noi, alla pari di un’amica così tanto da sembrarmi d’ostacolo.

 

Chiudere, socchiudere, lasciare uno spiraglio, dialogare, tenere e fracassare, frizionare il tocco, spingere sull’acceleratore, lasciare che passi il tempo, chiedere, chiedere due volte, garantire e regolare. Una chitarra in sottofondo, il suono del bestiame che torna nellla stalla, il riconoscimento di tuo padre, che ti mette una mano sulla spalla e ti dice che non ti riconosce più. Ti chiedi dove finiscono le colline, mai.

 

Mi si impiccia la barba con i pensieri, tendo a districarla solo con altri pensieri e creo un ingorgo che mi fa intrecciare gli occhi, mi mobilita lo sguardo, lo rende schiavo del passaggio, traditore come i pensieri. Sono alla guida di un parallelo e un meridiano che devono per forza di cose restare fermi,durante il moto perpetuo. Non conosco delle redini così lunghe da non aver il cavallo o almeno da non vederlo, si distingue sempre chi ci sta trainando, le priorità a volte o l’idiozia.

 

Tenere botta, reggere con tutta la forza fino a dimostrare di non riuscirci, come in un selfie dove vogliamo sembrare belli e ci riduciamo all’apparire, alla finzione mediatica, per poi non farcela nella vita reale, il discorso si fa spesso quando si ispessisce il pensiero, lo si rafforza tanto da fare da sponda alle parole, testimoniare, dilagare, divulgare il verbo che parla della parola stessa, detta e non escogitata, delegata alla bocca perché non si può ancora parlare con il cervello direttamente. Potremmo dire troppo cose contemporaneamente.

 

Contemporaneamente ipnotizzati, stremati come nuotatori senza mare, sirene al Colosseo, emancipazione! Emancipazione! Strutture che si stringono, spingono, fingono, ritirano e poi esprimono, educazioni siberiane in riva al mare dove conosci il male attraverso le dune, i tagli e le botte attraverso i cortili non controllati, l’ora d’aria dei prigionieri in casa.

 

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