Deviazione Terza (Quello che vedo)

Vestirsi

 

Con la delicatezza degna del volto di un bambino, mi chino sulla fresca guancia, acquosa, del lago, mi chiudo in golosi urli, chiusi e aperti, uno di seguito all’altro, un canzone, un giglio, un papavero, il nuovo testamento, il gancio di traino di una macchina, chi lo ha e chi no. Con delicatezza rimango in ascolto di un problema, ne colgo le sfumature ne amo i ricami, ne riempio i bicchieri, ne colmo i davanzali  come di vasi, ascolto il problema come fosse cadenzato dal ritmo, dal tempo tecnico di apprendimento,  si rivela come sempre un nobile compagno, che mi annuncia ogni volta la morte in modi diversi, ora in terra, domani al primo piano, in fondo alle scale di legno, in punta di piedi su un materasso imbottito di lana. Con dolcezza, ho sognato mia nonna, per la prima volta da quando è morta, mi diceva di non curarmene, che le chiavi si trovano, i cancelli si aprono, neanche la morte è per sempre, ne la nostra ne quella degli altri, moriamo, viviamo e godiamo allo stesso modo, nelle stesse pagine del mondo, con gli stessi inchiostri, sul cartone, sui fogli riciclati, nella cantina di casa, al fresco, oppure un tumulto in salone, il muschio di natale, cercato in caverna, alla gambe del monte, nelle sue ore più calde. Con Dolcezza concentro il ricordo del calice di mio padre, pieno, immischiato con il pensiero, nelle sue arti, nelle disdette della vita, nelle gioie dell’ilarità, davanti ad un computer, unica luce che gli riecheggia sul viso in questi giorni, raggomitolato o disteso, come un rotolo di carta sul divano, cercando di non inclinare troppo la testa, come di solito fa, sul centro della frase, quando deve spiegare qualcosa.Con dolcezza ho fotografato mio nonno,

Nonno

con il cellulare, senza farmi vedere, a lui le foto sembrano Nazisti, che gli interrompono la santa messa con il mitra spianato, con la bava alla bocca, la ha anche lui mentre lo racconta, con le mani alzate, gesticola, come non sapesse parlare, con lo sfondo di una valle verde, vecchia come lui ma solo nell’anima non nell’aspetto, sembra un Rembrandt ma con al luce finestra solo da dietro, almeno io lo vedo così ora, mentre parla di quanto erano analfabeti i sui genitori, mentre parla di parenti chiamandoli porci, ma ora è da solo con mio padre e nessuno lo va a trovare, almeno non spesso, almeno chi lo conosce. Con dolcezza guardo un uomo seduto al Bar del mio paese, con le scarpe nere di lucido appena estinto, i pantaloni marroni propri di tutti i giorni, mentre parla di soldi con la cameriera, discutendo sulla sua povertà di non poter acquistare una mercedes, che lo diceva lui alla moglie “che nella vita si voleva togliere quella soddisfazione” ma poi ha dovuto pagare le medicine per il figlio, “e che ci vuoi fare Marì” queste sono le parole di un uomo sconfitto, con il volto coperto di sangue al centro del ring, con il corpo schiacciato sul tappeto, in un caldo abbraccio sudato, al quattordicesimo round, non è morto, ma non si muove. Con dolcezza, suggerisco ad un cane di correre un po’ più in la che la strada è pericolosa in quel tratto, pulito, senza nemmeno il pensiero che non mi capisca, non riesco nemmeno a vedere bene con questi occhiali, camminando sudiamo tutti e due e il caldo ci avvolge, ci inonda i polmoni, io cerco di respirare piano, lui veloce, siamo diversi ma soffriamo allo stesso modo, continuiamo come se fossimo sullo stesso tram, io sono sceso dopo altre due fermate, penso che lui stia ancora camminando, spero. Con dolcezza restringo il cuore mentre vedo mia madre fare i posti per una grande cena, dove si deve staccare dalla sua realtà e pensare nel prossimo futuro con chi vuole condividere l’aria, il vino, un pasto, mischiare il pensiero, assimilare la cordialità, creare polvere e sporco, con chi amministrare la tovaglia. Con dolcezza inquino il mio animo, con granulosa cupidigia, tradisco il mio pensiero con paura e inondazioni di riferimenti, alla strada, alla campagna, fossi, ponti di ferrovia invecchiati, cenere sul brodo della pentola, acqua in frigo, pavimenti umidi in case povere, ma pulite, centrini stesi, sui fili di ferro, mentre le eliche girano ed il concerto stona, in piazza, con le statue che ci spiano i cellulari, ricolme di passato e le uniche che possono apprezzare il futuro. Con dolcezza declino l’invito e sto casa, mentre sorseggio il calice e faccio rumori con la bocca che nessuno sopporta.

 

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Matteo Written by:

16 Comments

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